L’OPEN SOURCE E LE ALTERNATIVE ALLA PROPRIETa? INTELLETTUALE

 - by davide

Il movimento dell’open source ha una concezione particolare del gratis. Gratis in lingua inglese ha una doppia valenza semantica, free vuol dire si? gratis, ma anche libero nel senso di liberta? (freedom). Sul sito della Free Software Fondation (FSF) si fa riferimento a una frase per spiegare la natura di questo fenomeno: free as a speech, not as a beer (non e? una questione di prezzo, ma di liberta?).
Questa mentalita? aperta porta persone, enti e associazioni che condividono questa filosofia a rilasciare gratis beni senza nessun fine di lucro: il loro intento e? quello di dimostrare la propria liberta?, di garantirla e proteggerla, sviluppando software, piattaforme e servizi liberi in opposizione a formati proprietari.

Il gratis come liberta? non e? l’unica spiegazione dei movimenti di Free/Libre Open Source Software (FLOSS). Lerner e Tirole ritengono che la gratificazione dei pari (peer to peer) sia il fondamentale incentivo alla contribuzione volontaria nella realizzazione di progetti OS. Bergquist e Ljungberg interpretano la generosita? e l’altruismo quali fondamenti del fenomeno OS. Nella comunita? digitale la generosita? determina un’elevata stima e condiziona positivamente la carriera.

Se si vuole rilasciare qualcosa gratis senza niente in cambio, basterebbe rilasciarlo come dominio pubblico, senza nessun tipo di rivendicazione di copyright. Ma, cosi? facendo, ci si espone al rischio che qualcuno, decisamente meno altruista, possa farla sua, coprirla con il proprio copyright e rivenderla.
Questa pero? e? l’ultima cosa che Richard Stallman e gli altri membri del progetto GNU /Free Software Foundation vogliono che accada. Per questo hanno creato delle regole per proteggere la propria liberta? e l’hanno chiamate copyleft.

L’espressione inglese copyleft all rights reversed capovolge il senso di copyright all rights reserved e individua un modello alternativo di gestione dei diritti d’autore basato su un sistema di licenze attraverso le quali l’autore (in quanto detentore originario dei diritti sull’opera) indica ai fruitori della stessa gli utilizzi che ne possono fare.

I programmi copyleft garantiscono i diritti all’autore esattamente come i programmi copyright. Cio? che davvero distingue queste diverse modalita? di protezione dei diritti d’autore sono i termini in cui l’opera e? distribuita, che assicura un forte legame tra l’opera e la filosofia di liberta? che sta dietro al progetto GNU e alla FSF. Questi termini di distribuzione sono spiegati nella General Public License (GPL).

Le licenze GPL abrogano le restrizioni che normalmente accompagnano il copyright: non e? solo possibile ridistribuire un’opera copyleft, ma e? possibile anche modificarla. Questo non permette a chi modifica l’opera di rivendicarla come sua, ne? che l’originario creatore non possegga piu? la proprieta? sull’opera: vuol dire piuttosto che l’opera continua a poter essere ridistribuita a patto che vengano mantenute intatte le licenze. Il copyleft e? un’applicazione della gift economy, anche se la FSF continua a ribadire che GPL non e? la stessa cosa che mettere un’opera come dominio pubblico.

BREVETTARE IL DOMINIO PUBBLICO

Per quanto riguarda i brevetti, limitando il discorso a internet, le leggi a riguardo sono confuse e non portano a una soluzione in tempi brevi. Il brevetto e? un titolo giuridico in forza al quale viene conferito un monopolio temporaneo di sfruttamento dell’invenzione in un territorio e per un periodo ben determinato, al fine di impedire ad altri di produrre, vendere o utilizzare la propria invenzione senza autorizzazione. Per invenzioni si intende una soluzione nuova ed originale di un problema tecnico. Essa puo? riguardare un prodotto o un processo (metodo, procedimento).
Sul web ci sono stati diversi tentativi di appropriamenti indebiti: come Amazon che rivendica di aver inventato il metodo compra con un click, o British Telecom che sostiene di aver inventato gli hyperlink.

Sulla questione di Amazon, Tim O’Reilly scrive: “e? uno schiaffo in faccia a Tim Berners-Lee (l’inventore del web) e a tutti gli altri pionieri che hanno creato l’opportunita? che Amazon ha sfruttato in un modo grandioso. Amazon non sarebbe mai esistita senza la generosita? di persone come Tim, che hanno reso possibili altre invenzioni di larga portata e la loro messa a disposizione come dominio pubblico… Il dono e? stato dato a tutti noi e chiunque tenti di farne sua anche solo una piccola parte sta rubando il nostro patrimonio”.

LE IMPRESE E L’OPEN SOURCE

Il mondo delle imprese non ha mai visto di buon occhio il fenomeno dell’open source, Microsoft su tutte, ma che lo vogliano o no devono farci i conti. Microsoft vede questo fenomeno come un pericolo per il proprio business. Linux, un sistema operativo open source, e? infatti un diretto concorrente di Windows di Microsoft.

Microsoft e? il simbolo di tutte quelle imprese che non concepiscono la possibilita? di creare qualcosa e distribuirla gratuitamente. Lo credono un affronto al mercato e lo attaccano come un modello di business non legittimo. Microsoft compara poi l’open source al fallimento del modello delle dot com . Le dot com davano gratis beni e servizi per cercare di creare una base di utenza la piu? ampia possibile e conquistare cosi? quote di mercato. Invece, il modello open source si basa sull’intento di ridurre i costi di sviluppo e manutenzione di software, distribuendoli tra molti collaboratori.

E’ un modello che si riesce a coniugare con le imprese, come dimostra l’esperienza di IBM, ma e? un modello anche che ne spaventa altre, che, come Microsoft, non si rendono conto che e? il loro atteggiamento quello da cambiare.

1998 – Domino, il web server di casa IBM, raggiungeva appena l’1% del mercato, dominato da Apache. A marzo i rappresentanti IBM incontrarono Brian Behlendorf, capo del gruppo di programmatori che aggiornava costantemente Apache. Entrambe le parti erano un po’ diffidenti. I programmatori del software gratuito temevano di essere “corrotti” da IBM, mentre quest’ultima nutriva preoccupazioni di natura tecnica e legale all’idea di collaborare con un team di progetto ad hoc, composto da membri sparsi in tutto il mondo. Alla fine raggiunsero un accordo in base a cui IBM si impegno? a entrare nella community di Apache, cedere il proprio codice sorgente rispettando le regole dell’open source e comportarsi come qualunque altro partecipante. IBM offri? un modesto contributo finanziario per l’istituzione della Apache Software Foundation, un’entita? legale che strinse il contratto con l’azienda.

Lavorarono speditamente e appena tre mesi dopo il primo incontro, IBM annuncio? che tutti i suoi prodotti avrebbero supportato il server Apache. L’azienda lo inseri? nella sua linea WebSphere, che parti? subito alla grande. L’accordo rappresento? un punto di svolta nella storia dell’open source.

Il successo sperimentato da IBM grazie alla collaborazione con i programmatori open source e all’integrazione di Apache nelle sue linee, la preparo? all’ingresso in Linux. Nel 1999 l’azienda diede vita a un team di sviluppo di Linux. Il suo direttore, Dan Frye, afferma che nei primi tempi il compito piu? duro fosse capire il modo giusto di unirsi alla community viste le enormi dimensioni del progetto: Linux consiste in piu? di 100 sottoprogetti, ciascuno dei quali e? poi suddiviso in ulteriori sottoprogetti.

IBM si rese conto che da ultima arrivata, per farsi accettare dalla community, il modo migliore fosse quello di occuparsi delle attivita? meno affascinanti, ma comunque necessarie. E cosi? fu.

IBM si accorse ben presto che lavorare in un ambiente open source voleva dire essere trasparenti sui processi, nella comunicazione e adattarsi ai modi e alle regole delle diverse community.

Rinunciare al controllo e? stata una scelta decisiva, anche se molto sofferta, nonostante poi l’azienda ne abbia tratto notevoli benefici. Ma sono altrettanti i benefici goduti dalla community.

IBM offre un esempio sorprendente di come un’azienda grande e matura, dotata di una cultura proprietaria radicata, possa accogliere l’apertura e l’organizzazione autonoma come un’opportunita? per reinventarsi.

Quando si entra nell’ambito dell’open source la complessita? rappresenta sia un pregio che un difetto. Le tre regole dell’open source: nessuno lo possiede, tutti lo usano e chiunque puo? perfezionarlo, possono rappresentare una fonte di innovazione infinita, ma sono anche una fonte di frustrazione per chi deve gestirne indirettamente la complessita? che ne deriva.

Oggi l’open source sta entrando sempre piu? nella sua fase matura. Sono in continuo aumento le start up che decidono di abbracciare questa filosofia e questo approccio e crescono anche le venture capitalist che decidono di investire centinaia di milioni in questi progetti.

Anche se le aziende a questo punto si trovano costrette a trovare un compromesso tra quello che dovranno cedere in termini di informazioni o codice sorgente per soddisfare i collaboratori esterni, e parallelamente assicurarsi che la loro offerta abbia ancora un valore tale da giustificare un pagamento da parte dei clienti.

I nuovi modelli basati sulla co-creazione e collaborazione fra imprese indicano che questo trade-off potrebbe essere illusorio. Le opportunita? per trarre guadagno dai propri contributi sono molte: oggi chiunque puo? dare vita a un impresa propria e allo stesso tempo continuare a collaborare al di la? dei confini aziendali in base ai principi dell’open source.

Per quanto riguarda le aziende invece, afferma Kim Polese : ”si fanno contenti i clienti offrendo un servizio migliore di manutenzione e assistenza. Si offre l’interoperabilita? con altri beni o servizi. Si continua a espandere il prodotto e a perfezionarlo costantemente nel tempo.”

Non tutte le aziende hanno bisogno di un’enorme proprieta? intellettuale, ma quelle che non ne hanno affatto si trovano in una posizione di debolezza proprio nell’ambito delle trattative che bisogna affrontare se si vuole avere accesso alla proprieta? intellettuale esterna. Se un’azienda non ha sviluppato alcuna idea o invenzione interna, e? probabile che non abbia nulla da offrire nelle trattative legate al licensing e al cross licensing. Quindi sono costrette, inevitabilmente, a offrire soldi e/o royalty.

Ma perche? un’azienda dovrebbe decidere di aprirsi e collaborare con community open source?

Ne “Il mondo e? piatto”, Thomas Friedman sostiene che l’open source sia un potente agente di appiattimento, che in un mondo basato sull’open source non si capira? piu? chiaramente chi detenga la proprieta? delle cose, ne? come gli individui e le imprese possano trarre profitto dalle proprie creazioni e di conseguenza, il motivo stesso per realizzarle. L’autore sembra influenzato dai detrattori dell’open source, che lo vedono come un “nuovo socialismo”, nonche? un attacco alla libera impresa e al diritto di realizzare un profitto.

Come molti critici, Friedman vede il software gratuito, ma non l’ecosistema da svariati miliardi di euro (o dollari a seconda) che circonda l’open source.

Vede le enciclopedie gratuite, ma non le grandi opportunita? culturali ed educative che coinvolgono un patrimonio vivente di conoscenze aggiornato da un’ampia community basata sull’organizzazione autonoma. Vede le potenzialita? delle aziende cinesi per quanto riguarda l’imitazione dei progetti dei fabbricanti statunitensi, ma non l’opportunita? che BMW inviti clienti a co-progettare le caratteristiche dei suoi futuri modelli.

“Apache, un software gratuito che alimenta il 70% di tutti i siti web, uno dei progetti di software commerciale di maggior successo della storia. Peccato che Brian Behlendorf , la persona che ha orchestrato il tutto, non ci abbia guadagnato un centesimo!”

Anche se quello che questi critici non capiscono e? l’idea che qualcosa venga realizzato senza un mero scopo di lucro. e? difficile da credere in effetti, anche se i fatti stanno dimostrando che le cose stanno effettivamente cosi?. Behlendorf e i suoi amici sviluppatori volevano semplicemente un web server migliore, senza proporsi di guadagnarci nulla oltre la soddisfazione.

Molto probabilmente se Behlendorf avesse venduto il proprio software non sarebbe riuscito a battere colossi come Sun o Microsoft. E altrettanto probabilmente tutto quell’inestimabile valore che viene creato all’interno dell’ecosistema di Apache non si sarebbe materializzato. Compresa la miriade di piccole e medie imprese che stanno prosperando sulla base di questa infrastruttura a basso costo.

Come in altri progetti open source, il guadagno arriva, se non per vie dirette e non per la sola popolarita?, per via di iniziative collaterali al progetto realizzato.

Come ad esempio realizzando servizi di classe alta dello stesso software o offrendo assistenza.

Quello che bisogna cercare di cogliere sono le possibilita? di realizzare profitto a partire dalle community dedicate alla peer production, strade che pero? non sono semplici e dirette come realizzare profitti da prodotti e servizi venduti direttamente. Per capire e applicare questo nuovo approccio alla competitivita? le aziende devono prima liberarsi da alcuni pregiudizi. L’opinione comune ritiene che la condivisione della proprieta? intellettuale dia vita a un bene comune di cui tutti godono nello stesso modo. Le aziende illuminate pero? possono trarre vantaggi e benefici dallo sfruttare queste community in termini di ricerca e sviluppo, in termini di abbattimento dei costi, per stimolare la domanda di offerte complementari o per vincere la concorrenza sfruttando il vantaggio del first mover.

NON SOLO SOFTWARE

L’open source ha dimostrato finora come il mondo del software possa seguire questa strada in modo vincente, creando occasioni di crescita e sviluppo di mercati basati su prodotti open e arrivando a competere anche in termini di qualita? con i prodotti proprietari. Ma vale la pena di notare come la filosofia del copyleft che questo fenomeno possa incoraggiare la crescita di gift economies basate sullo scambio e la libera circolazione di altri prodotti non strettamente legati al mondo del software. Tutto cio? che puo? essere digitalizzato e coperto da copyright puo? essere potenzialmente trasformato in copyleft: musica, video, film, arti visive di ogni tipo, letteratura e cosi? via.

L’INFORMAZIONE COME BENE PUBBLICO

Informazione gratuita non vuol dire solo free press: L’informazione dei telegiornali e delle radio ne e? un altro chiaro esempio. La letteratura economica commenta, ormai ampiamente, sulla possibile attribuzione della natura di bene pubblico a taluni beni informativi. Le caratteristiche di pervasivita? e non escludibilita? di servizi come i comunicati stampa aziendali o i radio/telegiornali pubblici non lasciano ombra di dubbio sulla contestualizzazione teorica tipica dell’economia dell’informazione o della comunicazione. Un bene pubblico, un bene caratterizzato da non rivalita? nel consumo e non escludibilita?.

Un bene e? non rivale nel consumo se il consumo del bene da parte di un individuo non riduce le possibilita? di consumo della stessa unita? di bene di un altro individuo, mentre un bene e? non escludibile se non si impongono (al consumo del bene) limiti o criteri di valutazione riferibili all’accessibilita? al bene da parte di diversi utenti (quote di adesione a un club, password e cosi? via). La non escludibilita? puo? essere di natura tecnica (e? tecnicamente impossibile implementare un meccanismo di esclusione) o economica (l’esclusione implicherebbe costi eccessivi). Beni pubblici sono ad esempio la difesa nazionale e l’ordine pubblico, le trasmissioni televisive via etere, la profilassi per la prevenzione di epidemie o l’illuminazione di una citta?.

In una matrice e? possibile mappare le due qualita? per grado nullo o assoluto di escludibilita? e divisibilita? e cosi? classificare beni informativi:

  1. privati, di escludibilita? e divisibilita? assolute;
  2. club, di escludibilita? assoluta;
  3. pubblici puri, di escludibilita? e indivisibilita? nulle;
  4. pubblici spuri, di divisibilita? assoluta (beni a elevata possibilita? di congestione).

Nella matrice seguente sono riportati quattro esempi di categorie di bene informativo, dal bene privato, di perfetta divisibilita? e di perfetta escludibilita?, al bene pubblico:

Le categorie 1 e 4 rappresentano i casi estremi del bene pubblico, pienamente indivisibile e inescludibile e del bene privato, divisibile ed escludibile (per esempio, un’informazione relativa alle categorie tutelabili quali sensibili dalla normativa italiana sulla privacy). La terza categoria corrisponde ai beni soggetti a possibile congestione, come le autostrade dell’informazione quando i siti web rivelano problemi di connessione per sovraffollamento dei nodi e dei link. La seconda categoria si riferisce, infine, a servizi informativi che richiedano una quota partecipativa d’ingresso e, quindi, escludano l’utilizzo a coloro che non possono permettersi di pagare la prestabilita quota d’ accesso.

L’open source e? indivisibile soprattutto se si pensa a un codice sorgente piu? che alle sfaccettate versioni di un bene composito come un software.

L’open source e? non rivale nel consumo e non escludibile. In generale, i diritti esclusivi sono, per l’ open source, capovolti in diritti di non esclusivita?.

L’indivisibilita? rende difficile l’attribuzione di un prezzo ed e? difficile impedire fenomeni di free-riding (fenomeno per cui degli utenti sfrutterebbero i guadagni generati dal lavoro di altri, senza contribuirne neanche in minima parte). Nessuna impresa si sobbarcherebbe i costi di produzione di un bene che non e? divisibile ed escludibile ed e? questa la ragione fondamentale per la quale si e? sempre sostenuto il ruolo dello Stato o dell’economia pubblica dei beni pubblici.

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